cosa significa ascoltare
Posted by eMOTIONpnl | Posted in Blog | Posted on 31-08-2008
Tag:allenamento, arte di esistere, ascolto, bellessere, capacità, comunicazione, emozioni, empatia, video
6
1)L’ASCOLTO E’ UNA CAPACITA’ DA ALLENARE.
Il dialogo è un “gioco” che associa chi parla e chi ascolta in una danza che cerca di superare le distorsioni della confusione che troppo spesso offuscano la chiarezza dei messaggi. Se entrambi i partecipati alla danza della comunicazione rimangono sordi l’uno all’altro, la comunicazione interpersonale è senza speranze.
Questo è il primo di una serie di articoli sull’importanza dell’ascolto, argomento fondamentale per chiunque ha deciso di navigare la vita e le sue correnti, lasciando le isole dell’incomprensione e dell’isolamento per navigare i mari dell’accoglienza e della comprensione.
La premessa sopra espressa indica lo stretto rapporto che lega la capacità di ascolto ad una migliore comunicazione interpersonale, alla crescita professionale e alla soddisfazione sul lavoro.
Essere buoni ascoltatori, significa avere ottime rel-azioni interpersonali.
Ascoltando siamo in grado di ridurre notevolmente, ad esempio durante le riunioni, il tempo dedicato a risolvere i problemi ed a migliorare i rapporti interpersonali facendo si che le persone che collaborano con noi siano più propositive e coinvolte al raggiungimento dei propri obiettivi.
Di tutto il tempo che dedichiamo a comunicare, la parte di gran lunga più grande è dedicata all’ascolto.
In media utilizziamo solo il 25% del nostro potenziale di ascolto.
Ascoltare come metodo per ottenere informazioni è usato molto più che leggere o scrivere. L’ascolto è il canale più spesso utilizzato nell’apprendimento e paradossalmente, è la capacità meno capita di tutte. Spesso siamo portati a pensare che ascoltare e sentire siano la medesima cosa, questo è fuorviante perché alimenta la convinzione che l’ascolto sia una funzione istintiva propria dell’essere umano, proprio per questo finiamo per impegnarci poco ad allenare la capacità di ascolto finendo per trascurare una delle funzioni di comunicazione fondamentale, precludendoci la possibilità di accrescere autoconsapevolezza e comprensione di noi stessi e di noi tutti.
Ciò che accade riducendo l’ascolto al mero sentire è la creazione di inutili in-comprensioni, equivoci, istruzioni mal comprese, perdita di informazioni fondamentali ed importanti, imbarazzo e frustrazione, oltre al grave rischio di ferire i sentimenti di qualcuno. In pratica, finiamo per limitare la possibilità di migliorare le nostre relazioni inter-personali e professionali.
Ciò che vogliamo sottolineare in questo primo articolo dedicato all’allenamento della capacità di ascolto è che l’ascolto è un’abilità che si apprende, si allena e che richiede prima di tutto la scelta consapevole di chi ascolta di essere attivamente proteso verso il messaggio di comunicazione che vuole raccogliere.
Ascoltare significa:
-Raccogliere informazioni da chi parla e/o comunica qualcosa, sia che siamo noi stessi a farlo o qualche altro;
-cercare il più possibile di “sentire con” cioè ascoltare in modo empatico, mettendosi nei panni emotivi dell’altro/i, astenendoci dal giudicare.
-dimostrare attenzione verso chi comunica, incoraggiando la continuazione dell’atto di comunic-azione.
-intervenire con domande e/o osservazioni che ci consentano di comprendere meglio, cioè permettano di portare alla luce “svelare” il significato profondo del messaggio.
I quattro punti sopra elencati evidenziano la respons-abilità (abilità a rispondere) dell’ascoltare nel processo comunicativo.
Saper ascoltare è uno degli aspetti più interessanti della comunicazione ed anche uno degli aspetti che richiede più attenzione ed allenamento.


La bellezza dell'Errore “Arte di errare errando”
Ci siamo rotti i bulbi
L'arte di farsi domande al cioccolato
L'arte del decidere
Viaggio nei luoghi dell'isola incantata





…e allora..
si aprano le danze (dell’ascolto)!!
assolutamente….grazie alla vita che dona strumenti e mezzi per godere ed estrarre dal nostro giorno quanta più gioia possibile ora subito
a noi la scelta di farlo
grazie Marinella
Empatia, assenza di giudizio, come dite giustamente nell’articolo… ma anche capacità di riconoscere le proprie sensazioni, per poter essere nell’ascolto il più congruenti possibile e, soprattutto, capacità di dare il giusto valore al Silenzio… Troppe parole, troppe immagini, troppi costrutti e troppo poca attitudine al silenzio, infatti, non sono altro che ostacoli ad ogni comunicazione efficace…
Alla prossima,
Concetta.
Dare il giusto valore al silenzio…come nella musica, dove anche la pausa è un suono, anche nella comunicazione il silenzio ha il suo valore. Chi è predisposto all’ascolto va al di là delle comprensione di parole e suoni, si dispone ad ascoltare anche il silenzio, gli sguardi, i cenni…per entrare in simbiosi con la persona che gli sta davanti. Ogni individuo necessita di essere ascoltato, tutti hanno bisogno di sentirsi ascoltati. E un buon leader non può prescindere dall’ascoltare i propri collaboratori. Lanciano un segnale e danno il modo di entrare nel loro io e pervaderli. E’ una caratteristica innata per alcuni, da sviluppare in altri. Ogni persona ha una chiave di accesso alla sua intimità, ci si può entrare ascoltando…una volta compreso il registro e il livello di comunicazione si stabilisce una empatia che permette di fare domande e insinuarsi dolcemente, senza che l’altro se ne accorga e scalfire la scorza che ognuno di noi ha. Così il dipendente una volta che si è aperto diventa un uomo, un collaboratore, che si sente compreso anche nel suo lato umano e diventa grato perché fa parte della famiglia. Sa che, oltre all’aspetto professionale, c’è qualcuno che lo ascolta e lo consiglia. E da quel giorno cercherà di non deludere chi si è prestato, in un mondo fatto di monadi, ad ascoltarlo con piacere mostrandogli interesse e comprensione.
daniele, grazie per la partecipazione puntuale che hai donato al blog.
ho fatto caso che nel corso del commento hai utilizzato termini differenti per indicare le risorse umane allenate e guidate dal leader: collaboratore o dipendente. Mi potresti dire se fai coincidere queste figure professionali, o dai valori relazionali e/o empatici qualitativamente differenti alle due figure?
Certamente ho utilizzato termini differenti. Differenti etimologicamente e dunque sostanzialmente. Il dipendente ha un valore oserei dire legale o se vogliamo relazionale. Tutti quelli che sono sottoposti a qualcun altro sono dipendenti. Sopra di loro vi è un capo.
Labor in latino significa sforzo. L’aggiunta della particella cum ci porta in una serie di passaggi al termine italiano collaboratore. Qualcuno che va oltre il rapporto di mera dipendenza, per partecipare allo sforzo comune perché si sente parte di qualcosa e si sente legato ad un leader.
Dunque nell’insieme dei dipendenti ce n’è uno speciale di collaboratori.
Il collaboratore si riconosce nel leader, nel gruppo e nell’obiettivo dello stesso. Ne condivide gli sforzi e si sente emotivamente coinvolto. Si va dunque oltre il valore relazionale per stabilire un valore empatico, che nell’ambito dei miei team ho sempre considerato un valore aggiunto. Naturalmente solo un leader può far sì che il dipendente diventi un collaboratore, mediante una serie di strumenti, tra i quali possiamo inserire l’ascolto. Il capo invece può solo avere quello che la maggior parte delle rapporti professionali offre: presenza fisica legata ad un dato cronologico imposto dal contratto, al massimo con un minimo di coinvolgimento emotivo.
Il capo lavora con le cose. Il leader guide delle persone.